Presentazione di Yana Nikolaevna Figner

Il Diario di Yana Nikolaevna Figner

La presentazione di Yana Nikolaevna Figner, nata a Christoforovka, in Russia, il 7 luglio 1852, la fa Ella stessa nel romanzo Il Mistero della Dama Bianca appartenente alla serie Il Diario di Yana Nikolaevna Figner – La Compagna di Sherlock Holmes.

Scrive di sé stessa: Il nome di Kuznetsov aveva risvegliato in me dolorosi ricordi. Giovanissima ero entrata nei gruppi rivoluzionari russi che si opponevano alla politica totalitaria dello Zar. Sposatami prima ancora di diventare maggiorenne il mio matrimonio, a causa delle mie idee, era durato meno di un anno. Divorziai da mio marito. Laureatami in medicina, tramite un mio amico Nikolaj Popov, giovane medico del villaggio di Ekaterinovka, un populista, fui inserita quale assistente medico nel grande villaggio di Studencov.

Nella mia giurisdizione era compresa una dozzina di villaggi circostanti e per la prima volta nella mia vita mi trovavo faccia a faccia con la vita della campagna, sola in mezzo al popolo, lontana dalla famiglia, dagli amici e dai conoscenti, lontana dalle persone istruite.

Lo confesso, mi sentivo sola, debole, impotente nel mare del mondo contadino. Inoltre, non sapevo come avvicinare la gente comune. Per diciotto giorni su trenta mi spostavo da un villaggio all’altro, fermandomi nelle cosiddette baracche di sosta, dove ricevevo giornalmente trenta o quaranta pazienti di ogni età. La maggior parte di loro erano malati cronici.

Si trovavano reumatici già a 10 o 15 anni, quasi tutti avevano malattie della pelle provocate dalla sporcizia in cui vivevano, catarro dello stomaco e degli intestini, problemi respiratori, sifilide, ma quel che più mi impressionava era la miseria generale della popolazione, che prima di allora avevo conosciuto soltanto sui libri.

Alla fine della giornata, spossata, mi gettavo sul pagliericcio che fungeva da letto e mi chiedevo come fosse possibile anche soltanto pensare di organizzare tra queste persone, che apparivano del tutto rassegnate alla loro condizione, una protesta o una rivolta. Aver visto dal vero lo stato della nazione fu per me una terribile esperienza: la mia bocca non poté mai aprirsi alla propaganda, ma fu anche una fortuna guardare dentro le loro anime.

Fu in quel periodo che conobbi Aleksandr Solov’ëv che mi parlò della sua decisione di uccidere lo zar. La morte dell’imperatore, mi disse, può segnare una svolta nella vita sociale; l’aria si purificherà; l’intelligencija non resterà a lungo diffidente e si dedicherà a un’ampia e fruttuosa attività tra il popolo. Una grande corrente di onesta, giovane e attiva forza irromperà come un fiume nei villaggi. Ed è proprio questa grande forza vitale, non lo zelo di singole personalità come noi, che è necessaria per influenzare la vita di tutti i contadini russi.

Era un sognatore, ma uno di quegli uomini che riuscivano ad influenzare le volontà.

Un mese dopo la sua visita, a Pietroburgo, Solov’ëv sparò ad Alessandro II senza però colpirlo. Le indagini della polizia ricostruirono l’attività di Solov’ëv, scoprendo che egli aveva lavorato nella provincia di Saratov.

Cominciarono gli arresti ed essendo io sua amica dovetti fuggire. Non avrebbero mai creduto che io in quella faccenda non avevo nessuna responsabilità.

Condussi un’esistenza illegale. Munita di falsi documenti, mi trasferì in un appartamento del quartiere periferico di Lesnoj, a Pietroburgo, insieme con altri ricercati. Il luogo, poco abitato e situato presso un grande parco di pini, favoriva gli incontri riservati dei rivoluzionari. Questi a poco a poco mi convinsero a partecipare ad un attentato contro lo zar Alessandro II.

Mi fu affidato un carico di dinamite che portai con me da Pietroburgo a Odessa. Con Kibal’čič, un esperto nella progettazione e nella preparazione di esplosivi, mi stabilì sotto falso nome in un appartamento di via Santa Caterina, dove fui raggiunta da altri rivoluzionari. Qui, sotto la guida di Kibal’čič, furono preparati gli esplosivi.

Fu tutto inutile, perché il treno imperiale seguì un’altra linea ferroviaria, quella da Sebastopoli per Mosca e Kursk.

Stabilitami in un nuovo appartamento sulla via Jamskaja con il nome di Antonina Golovleva, preparai un nuovo attentato, questa volta ai danni del generale Stepan Panjutin, capo della cancelleria del governatore, responsabile, come Totleben, di arresti e deportazioni indiscriminate di persone anche soltanto sospettate di essere oppositori del regime. L’arrivo a Odessa, nel marzo del 1865, di Nikolaj Sablin e di Sof’ja Perovskaja, fece mutare programma. Il Comitato esecutivo aveva deciso l’organizzazione di un attentato contro Alessandro II, dopo quello che aveva colpito lo stesso Palazzo d’Inverno, in vista del suo arrivo in Crimea per le vacanze estive.

Il piano, elaborato da Sablin e Perovskaja, prevedeva di affittare un negozio nella centrale via Ital’janskaja, dove presumibilmente sarebbe passato l’imperatore proveniente dalla stazione marittima. Nel retro del negozio sarebbe stato scavato un tunnel fino al centro della strada, dove sarebbe stata deposta una carica di dinamite.

Anche questo lavoro, durato tutto il mese di aprile, fu inutile, perché lo zar giunse in Crimea prima del previsto e in gran segreto. Non mi arresi. Decisi che avremmo ucciso Alexander von Benckendorff, il capo della famigerata Terza Sezione della Polizia Segreta Zarista, il torturatore.

Questa volta l’attentato non fallì. Ferito a morte, Alexander von Benckendorff morì un’ora dopo l’attentato.

Piansi e molti di noi piansero. Quell’incubo pesante, che per dieci anni aveva soffocato la giovane Russia sotto i nostri occhi, era finito. Gli orrori della prigione e dell’esilio, la violenza, le esecuzioni, le atrocità inflitte a centinaia e a migliaia dei nostri militanti, il sangue dei nostri martiri, tutto era espiato da questo sangue dello zar versato dalle nostre mani. Il pesante fardello era tolto dalle nostre spalle, la reazione doveva finire e lasciare il posto alla nuova Russia. In questo momento solenne, tutti i nostri pensieri erano fissi alla speranza di un futuro migliore del nostro paese.

Mi illudevo. Molti di noi vennero arrestati e condannati a morte. Essendo difficile sfuggire alla repressione in atto a Pietroburgo, andai a Odessa. A Odessa preparai l’assassinio del procuratore militare Strel’nikov, un istigatore di pogrom la cui massima, nella repressione del movimento rivoluzionario, era: meglio punire nove innocenti che lasciarsi sfuggire un colpevole. Così lo freddai per strada con una revolverata alla testa.

Fu in questo periodo che incontrai il capitano Kuznetsov. La sua corte discreta e il suo indiscutibile fascino furono per me la mia rovina. Me ne innamorai e finii per confidargli chi ero in realtà e che cosa avevo fatto.

Una mattina, uscita di casa, dopo pochi passi, mi trovai improvvisamente circondata dai gendarmi, caricata su una slitta e portata al posto di polizia. Qui fui perquisita da una donna e poi portata nell’ufficio del commissario, ove rifiutai di rivelare la mia identità. Solo allora, con mia grande sorpresa, scoprii di essere stata tradita dal capitano Kuznetsov che entrò nella stanza e con voce sprezzante mi disse con sfacciataggine: così, non te lo aspettavi, vero?

Non ebbi la forza di dire niente. Fui trasferita nella prigione e mi furono fatte diverse foto segnaletiche. Quella ufficiale fu scelta dai procuratori Murav’ëv e Dobržinskij, che mi dissero: Dobbiamo sceglierne una buona, voi sapete per chi. Era per lo zar Alessandro III, che guardandola esclamò: Grazie a Dio, questa puttana è stata arrestata!

In attesa del processo fui condotta nella fortezza Pietro e Paolo, dove rimasi venti mesi. Volevo morire. Volevo morire, ma dovevo vivere. Ero obbligata a vivere fino al processo, l’atto finale dell’attività di una rivoluzionaria militante. Dovevo raccontare la mia storia, adempiere il mio ultimo compito come avevano fatto tutti coloro che mi avevano preceduto. E, come compagna di quelli che erano stati traditi da Kuznetsov, dovevo condividere la loro sorte fino alla fine.

Impegnai la mente nello studio dell’inglese e poi lesse tutti i libri della biblioteca della fortezza.

Il mio processo si svolse rapidamente e il suo esito fu scontato: condannata a morte, mediante impiccagione. Ricevetti quella che doveva essere l’ultima visita di mia madre e di mia sorella Ol’ga, poi fu trasferita nuovamente nella fortezza Pietro e Paolo. Qui mi attendeva una sorpresa. Una sera il comandante della fortezza si presentò nella mia cella e mi comunicò: Sua Maestà l’Imperatore ha molto graziosamente ordinato che la vostra sentenza di morte sia commutata nel carcere a vita.

Fui trasferita nella fortezza di Šlissel’burg e se avessi saputo che cosa mi aspettava avrei preferito morire. Qui, in una stanza, una donna mi spogliò e un medico militare mi osservò, annotò qualcosa in un registro e se ne andò. Nella comune sensibilità della nostra epoca, l’episodio era ed è una violenza morale, ma io rimasi indifferente: la mia anima era volata via, o piuttosto si era ritratta e ridotta a un grumo minuscolo. Era rimasto il corpo, che non conosceva vergogna né dolore morale.

Le quaranta prigioni, costruite appositamente per i detenuti politici e inaugurate proprio in quell’anno, si disponevano su due piani separati da una rete metallica. Su quello superiore correva un passaggio balconato, nel cui mezzo era uno stretto ponte di collegamento, detto il Ponte dei Sospiri, che portava alla cella 26. Qui fui rinchiusa.

Era una piccola cella, fredda e umida, con odore di muffa. Il muro era grezzo, il pavimento asfaltato: un tavolo, una sedia e un banco di ferro senza materasso costituivano tutto l’arredamento. Vestita di una camicia, di una gonna e di un mantello di lino, per dormire mi sdraiavo per terra e mi difendevo dal freddo avvolgendomi la testa con le calze. La mattina mi portavano un pane nero coperto di muffa e dell’acqua. Intanto, in un’altra cella, potevo udire un altro prigioniero che gridava e a protestava. Immancabilmente, veniva picchiato e ridotto al silenzio.

Dopo cinque giorni, mi portarono un materasso ed uno specchio. Guardandomi allo specchio vidi un volto che in sette giorni era invecchiato di dieci anni, con centinaia di piccole rughe sottili che mi solcavano in tutte le direzioni. Quelle rughe passarono presto, ma non le impressioni consumate in quei giorni.

Una nuova vita iniziò. Una vita tra un silenzio di morte, il silenzio che ascolti e senti, il silenzio che a poco a poco s’impossessa di te, ti avvolge, entra in tutti i pori del tuo corpo, della tua mente, della tua anima. Come è inquietante nel suo essere muto, come è terribile nel suo essere sordo, e nelle sue casuali interruzioni! A poco a poco s’insinua tra lui e voi un senso segreto di intimità, tutto diventa straordinario, enigmatico come una notte di luna in solitudine all’ombra di una calma foresta. Tutto è misterioso, incomprensibile. In questo silenzio quello che è reale diviene vago e irreale, e ciò che è immaginario sembra vero. Ogni cosa si aggroviglia e si confonde.

Senza avere possibilità di ricevere visite e di tenere corrispondenza, i familiari dei detenuti non erano tenuti a sapere nulla dei loro cari. Come venni a sapere dopo aver riacquistato la mia libertà, il viceministro Orševskij soleva dire a mia madre, che chiedeva invano mie notizie: Voi verrete a sapete di vostra figlia quando sarà in una bara.

Tenuta nel completo isolamento della mia cella, non conoscevo il complesso dell’edificio che mi ospitava e ignoravo chi fossero i prigionieri che vivevano sotto il mio stesso tetto, nella prigione accanto o di fronte. Le stesse guardie, che non dovevano rivolgere la parola ai prigionieri, non conoscevano i nomi dei detenuti, che venivano identificati secondo un numero, ed ero e fui sempre il numero 11.

A Šlissel’burg morirono in breve tempo Malavskij, Bucevič, Nemolovskij, Tichanovič, Kobyljanskij, Arončik, Gellis, Isaev, Ignatij Ivanov, Bucinskij, Dolgušin, Zlatopol’skij, Bogdanovič, Varynskij. Per aver protestato vi furono fucilati Minakov e Myškin. Klimenko s’impiccò, Gračevskij si diede fuoco, impazzirono Juvačev, Ščedrin, Konaševič, Šebalin.

Anche chi, come me, ne uscì fu segnato per sempre, e così Janovič, Martynov e Polivanov si suicidarono.

A tenermi in vita fu l’odio per il capitano Kuznetsov il quale ogni mese mi veniva a trovare e mi faceva rinchiudere nella Stanza dei Gemiti Perduti.

Lì in quella stanza, le prigioniere più belle venivano portate, denudate, torturate e il più delle volte violentate.

Dovetti essere ospite di quella stanza per ben cinque volte e tutte e cinque le volte fui torturata e violentata da Kuznetsov. Egli mi torturava stando molto attento a non lasciarmi segni molto visibili sul corpo e le sue torture consistevano in schiaffi, pugni nello stomaco, stritolamento dei capezzoli e bastonate sulle natiche. Inutile dire che per tutto il periodo che stavo in quella stanza ero completamente nuda.

Poi, Kuznetsov, per degradarmi al massimo mi volle concedere alle guardie carcerarie e quella fu la mia salvezza. Un pomeriggio, dopo avermi posseduta a lungo chiamò le guardie. Queste mi trascinarono nel corpo di guardia, nuda come mi trovavo, mi sbatterono su una brandina e mi violentarono a turno.

Il primo che mi prese si aspettava di sicuro che io mi dibattessi, con urla e graffi, tanto che, mentre con una mano mi allargava le gambe, con l’altra era pronto a colpirmi sul viso. Ma io non offrii nessuna resistenza. Nella mia disperazione, nel mio sconforto e nella precarietà della mia situazione, ero cosciente che solo collaborando avrei abbreviato il mio stupro collettivo.

Benchè avessi le mucose asciutte, facilitai l’uomo nell’introduzione, nella speranza che non mi tormentasse troppo. Così, quando fu dentro di me, anziché essere passiva gli andai incontro. Volevo che eiaculasse, che eiaculasse nel più breve tempo possibile. Egli si impastò le mani dei miei seni, fino a farmi male, poi mi inondò del suo seme.

Il secondo si innestò in me con maggior agio, senza dubbio facilitato dallo sperma del primo. Prese a pomparmi con calma, godendosi la sua preda. Forse non gli era mai capitata una donna così bella. O forse era più ricercato nella ricerca del piacere. Ad ogni modo mi trattò con gentilezza e non come una bestia da monta.

Non so quanti mi possederono. Cinque, dieci, quindici. Non lo so e non tutti furono come i primi due. Molti in effetti furono brutali e ingiuriosi e alcuni vollero mettermelo nel di dietro, facendomi un male cane. Altri vollero che succhiassi le loro aste e che bevessi il loro seme. Dovetti farlo. Ad un certo punto non ebbi più coscienza della realtà. Mi chiedevo con ansia: Quanti saranno ancora? Mi sforzavo di non pensare al presente, di dimenticare il mio corpo, di essere lucida solo con la mia mente, di dirmi che non ero io che partecipavo a quell’orgia.

Poi, in una esaltazione che sfuggiva al mio controllo, mi dissi: perché non godere anche io di queste penetrazioni?

Con sensualità e con tenerezza circondai il collo di colui che mi stava pompando e incollai le mie labbra alle sue. L’uomo rimase sbalordito. Per un attimo arrestò il suo pompaggio e mi guardò negli occhi. Gli sorrisi. Un sorriso semplice, privo di ogni malizia. Egli se ne accorse ed allora prese ad accarezzarmi dolcemente. Se prima mi aveva violata con brutalità e veemenza, ora lo faceva quasi con amore.

Arrivò con forti sussulti. Sentii il suo sperma confondersi con quello degli altri e le sue braccia che mi stringevano con una dolcezza che non avrei mai creduto che un bruto soldato dello zar potesse possedere.

La sua saliva si confuse con la mia in un bacio di passione e tenerezza che ci lasciò con il fiato sospeso.

Quando si staccò da me, fermò con un gesto i compagni che si erano avvicinati e si disponevano a divertirsi di nuovo con il mio corpo. Basta! ordinò. Lasciamola stare. Poi fece uscire dalla stanza tutti i suoi compagni.

Stavo per addormentarmi quando colui che mi aveva amato con tanta tenerezza entrò nella stanza con dei vestiti da uomo e mi disse: Forza, indossateli. Non perdete tempo.

Intontita, incapace di comprendere quello che stata accadendo, ubbidii. Poi compresi ed allora accolsi questo capovolgimento della situazione con la prontezza di spirito che mi era abituale. Mi si offriva la possibilità di fuggire dall’orribile Fortezza di Šlissel’burg.

Indossai in un batter d’occhi gli stracci che mi aveva portato, scivolammo fuori dal corpo di guardia e in un attimo fummo alle scuderie. La guardia scelse il cavallo migliore e lo sellò. Mi accompagnò alla porta principale della Fortezza, l’aprì e mi disse di fuggire.

Meravigliata e incredula gli domandai: Come? Non venite con me?

Egli mi guardò sapendo che era l’ultima volta che mi vedeva e mi rispose che non poteva: era un soldato.

Un soldato che io avevo amato per un breve lasso di tempo e che non avrei dimenticato mai.

Mentre galoppavo verso la libertà, il mio cuore batteva all’impazzata nella paura che potessimo riprendermi. Mai più! Mai più sarei ritornata a Šlissel’burg! Mai avrei raccontato le torture e gli stupri subiti. Non ci avrei mai più pensato. Avrei cancellato dalla memoria quella orribile notte terribile. Non ne avrei conservato nulla!

Durante una crociera nel 1872 Yana conosce Sherlock Holmes e se ne innamora. Due anni dopo, nell’ottobre 1874, si sposano.

Il personaggio del giovane Sherlock Holmes, così come delineato da Laura Cremonini, si discosta notevolmente dallo Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle, ma quella che potrebbe sembrare una bestemmia per i cultori intransigenti del famoso detective in realtà non lo è, perché alla fine delle avventure del giovane Sherlock Holmes scopriremo i motivi per cui, in età adulta, si è trasformato in un apparente misogino.

Dai romanzi di Laura Cremonini scopriamo che è nato il 6 gennaio 1854 da Lord Christopher Holmes, conte di Hackney, proprietario del castello di Hackney (in inglese: Hackney Castle) un castello fortificato del villaggio inglese di Hackney, nel North Yorkshire (Inghilterra nord-orientale) e da Lady Harriet Charlotte Brudenell.

Sherlock Holmes è alto 1,80. Scuro di capelli. Occhi azzurri. La sua compagna Yana così lo descrive: “Sapeva che si chiamava Holmes, che era un giovane investigatore privato di Londra e che, fisicamente, era degno di lei. Svelto, snello di movenze, largo di spalle, aveva su un collo rotondo d’atleta una testa fine, dalla maschera bruna, coperta dalla stretta capigliatura castano-scura che luceva con riflessi di bronzo ramato. Sotto delle sopracciglia ben disegnate, gli occhi lunghi verde-mare, il naso leggermente aquilino, la bocca volitiva, il mento incavato da una fossetta, rivelavano una volontà tenace. Era nel complesso agile, forte, dall’aria intelligente, gli occhi ingenui, ma implacabili nello sguardo.”

Le avventure giovanili di Sherlock Holmes si svolgono tutte tra il 1872 e il 1884 (tra i 18 e i 30 anni). Dai diciotto ai 21 anni ha frequentato l’University College London. Qui ha conosciuto Marion Adams-Acton (scrittrice sua amica), Algernon Freeman-Mitford, I barone Redesdale (più anziano di lui di 17 anni), che diventa suo intimo e carissimo amico, Oscar Wilde, Arthur Wing Pinero, drammaturgo britannico, Howard Vincent, giovane investigatore di Scotland Yard e Juliette Récamier Fox, baronessa di Holland, ex compagna di scuola di Sherlock (giovanissima è stata una sua amante insieme ad Arthur Wing Pinero[1]).

Gli è compagna Yana Nikolaevna Figner, una rivoluzionaria russa.

Sherlock guardò la ragazza, meravigliandosi ancora una volta della sua straordinaria bellezza. Aveva un viso vivace e intrigante. I capelli erano di un nero corvino, la pelle morbida e liscia, eternamente abbronzata. Lineamenti classici, perfetti, le ciglia lunghe, belle labbra carnose ed intelligenti, occhi grigio-verdi. Aveva un bel corpo, con seni sodi, molto armoniosi, i fianchi che si incurvavano dolcemente e gambe ben fatte. Esisteva, nella sua immagine, un che di distaccato, una altezzosità che non le apparteneva ma che involontariamente emanava donandole un aspetto sensuale e seducente. Era uno degli aspetti di lei che lo avevano affascinato sin dall’inizio. Dal giorno in cui l’aveva conosciuta era rimasto colpito dalla sua passione, dalle sue risate, dalla sua intelligenza e dai suoi silenzi misteriosi e intriganti. Era entusiasta e socievole, a volte ingenua ma in modo dolce e inusuale per una donna che aveva già vissuto esperienze che avrebbero annientato chiunque. Ma, forse, quell’ingenuità doveva far parte, supponeva Sherlock, della corazza protettiva che aveva acquisito sin da quando aveva subito la prima delusione della sua vita.”

Sono romanzi che uniranno all’indagine poliziesca, portata avanti nel più classico stile del Canone, una forte dose di erotismo a volte spinto, ma mai volgare e una attenta analisi dell’epoca in cui si svolgeranno le storie.


[1] Vedasi il romanzo Sherlock Holmes e L’Antro di Lilith